New Orleans, Museo della II Guerra Mondiale, archivio digitale

Un Museo Nazionale sulla II Guerra Mondiale: il modello New Orleans. E in Italia?

Il database digitale mostrato nella foto cataloga volti (5000 foto, delle 150mila archiviate dal Museo), biografie e racconti (150 storie orali, scelte tra 1600 ore di registrazione e 8000 ore di video) dei protagonisti americani sopravvissuti alla seconda guerra mondiale. Si trova nel National World War II Museum di New Orleans che ospita, distribuiti in 8 padiglioni, anche oggetti di grande impatto scenico (modelli di aerei originali tra cui tra cui il B-17, un bomber per molti anni rimasto intrappolato nei ghiacci della Groenlandia, carri armati Spitfire e Sherman), un sommergibile nel quale simulare una azione di guerra, un percorso storico degli anni della guerra con foto, cimeli etc. e una sala con schermo Imax da 250 posti in cui Tom Hanks illustra in un filmato in definizione 4D il racconto della guerra. New Orleans è stata scelta come sede del Museo, inaugurato nel 2000 in una zona di vecchie fabbriche dismesse, dopo aver vinto un concorso nazionale anche in nome delle imbarcazioni anfibie costruite nei locali cantieri Higgins Industries che ebbero un ruolo importante nella vittoria contro i paesi dell’Asse. L’edificio, monumentale e imponente ma al contempo arioso con un perfetto gioco di cemento, acciaio e vetrate, è in perfetta sintonia con lo spirito che vi aleggia all’interno: il dramma della guerra ma anche la gioia di onorare i caduti e la vittoria finale.

Fondatore del Museo è Stephen E. Ambrose, morto nel 2002, storico e scrittore di successo (autore del best-seller Band of Brothers e produttore esecutivo della serie di HBO, consulente storico del film “Salvate il Soldato Ryan”, chiacchierato ma perfetto per coniugare ricerca storica e capacità di divulgazione).

I visitatori del museo sono circa 500mila (dati 2014, in totale 4 milioni dalla sua fondazione). Il Museo è costato 320 milioni di dollari e ha un bilancio di 42 milioni di dollari annui di spese (circa un quarto del personale, 272 dipendenti coadiuvati da 344 volontari) e entrate per 56,7 milioni di cui 10,2 di incassi da biglietteria, 19,9 di donazioni, 6,7 di membership, 5,1 di sponsorizzazioni di eventi e conferenze e 2,3 di merchandising. I finanziamenti provengono in gran parte da donatori privati, molti raccolti attraverso una campagna ad hoc (the Road to Victory Capital Campaign) che, ad oggi, ha già raccolto 240 milioni di dollari con l’obiettivo di arrivare a 325 nel 2017.

Insomma senz’altro un modello museale a cui guardare con interesse, per i seguenti motivi:

  • innanzitutto per la capacità di integrare storia orale e innovazione tecnologica: troppo spesso in Italia un progetto storico-artistico forte non trova la corrispettiva visione tecnologica ed usa l’innovazione in modo improprio o, viceversa, la tecnologia prende il sopravvento sui contenuti costruendo esperienze anche entusiasmanti ma che una volta consumate non lasciano tracce nel fruitore;
  • quindi per la perfetta coesione tra progetto architettonico e progetto storico-artistico. Anche in questo caso frequenti sono da noi i musei che glorificano archi-star di successo con soluzioni architettoniche che non valorizzano sufficientemente i contenuti per i quali il museo è stato pensato;
  • naturalmente per il modello finanziario, vista la sostenibilità del progetto, anche se in questo caso il paragone tra Italia e Stati Uniti è inappropriato data la difformità del sistema di finanziamento della cultura tra due paesi;
  • infine per la grande abilità di comunicare con il proprio pubblico: per la grande attenzione all’uso degli spazi, una selezione di oggetti molto evocativi e di grande impatto, pur nella loro semplicità e difformità (la teca con il giubbotto del pilota deceduto in guerra, ben illustrata, accanto ad un tavolo interattivo con mappe geografiche con cui dialogare – si può scegliere la battaglia di interesse e per ciascuna visionare foto, video, armi etc.), per la chiarezza del racconto, ben ritmato ed accattivante, perfetto anche in funzione educativa per le scuole.

C’è un ultimo punto, forse il più rilevante e che mi frulla in testa da quando ho visitato il Museo un paio di mesi fa: ma possibile che in Italia non abbiamo un Museo che narri la nostra Seconda guerra mondiale?

Penso a quante cose potremmo raccontare della nostra identità nazionale ai turisti, a chi abita in Italia e ai nostri figli in un museo del genere. La guerra è ancora il centro del percorso scolastico sul Novecento, ma non ci sono strutture condivise per mostrarla e commentarla.

Non è stato fatto per mancanza di risorse economiche o forse perché si tratta di storia che ancora divide?

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