Ho supportato la fondazione Italia Decide nella realizzazione di un volume di riflessione sul ruolo che la cultura ha nella valorizzazione delle aree interne,
Rapporto 2025
La cultura e i territori. Valori, modelli e strumenti per lo sviluppo delle aree interne
https://www.mulino.it/isbn/9788815394385
Nel mio contributo di sintesi avanzo, nelle conclusioni, una possibile piattaforma di lavoro, per le istituzioni pubbliche, che trovate qui di seguito
- Indicatori e linee guida per le politiche pubbliche
Alla base di qualunque ragionamento che investa la definizione delle strategie di rigenerazione e delle politiche pubbliche nei mesi ed anni a venire c’è una scelta di fondo: se “ritrarsi in una posizione tipicamente post-moderna, rinunciare alla profonda trasformazione del presente, accontentandosi dei risultati del momento, oppure raccogliere la sfida, assumersi la piena responsabilità di un’azione politica molto più impegnativa, prendendo atto del contesto in cui dovrà essere esercitato questo rischio”[1], ovvero se limitarsi ad assecondare il presente o provare ad operare delle scelte di futuro. In questa seconda direzione vanno le raccomandazioni sintetizzate qui di seguito[2]:
- Promuovere una innovazione non estrattiva: una innovazione che valorizzi l’intera “catena del valore” dei territori, in cui le strategie tecnologiche ed economiche guardino in primis all’impatto sociale, nella direzione di migliorare il benessere dei territori e di chi li abita
- Ragionare sull’innovazione in chiave di filiera: dove tutti i soggetti che ne fanno parte devono essere coinvolti e co-creanti dei processi che si attivano. In particolare stimolare le reti tra università, centri di ricerca, imprese e terzo settore, soggetti pubblici, cittadinanza attiva e, nella definizione della rete, spostare ruoli e baricentri, creando corto-circuiti tra i diversi attori.
- Definire gli ambiti di possibile intervento (ad esempio sulla scia del New European Bauhaus) e, in questi ambiti, attrarre l’ecosistema di cui sopra, stimolandone tutte le diverse anime a essere parte attiva nei processi di definizione e implementazione di possibili strategie di intervento. A questo proposito è possibile immaginare un set di progetti pilota, da testare in alcuni territori campione, per poi affinare modelli e pratiche.
- Confrontare la definizione degli ambiti con le specificità dei modelli di intervento di welfare
- Guardare alla rigenerazione sociale degli spazi rigenerati. Con una visione in grado di rispondere alle grandi emergenze nazionali (ad es. il bisogno di socialità e di spazi di riconciliazione) accanto a bisogni specificatamente place-based. A questo fine è fondamentale promuovere e favorire un’alleanza tra chi possiede o governa gli spazi e chi ha idee e strumenti per animarli e valorizzarli.
- Accanto alla rigenerazione degli spazi intervenire sulla rigenerazione delle abitazioni e dell’impianto urbanistico dei piccoli centri, all’interno di un disegno che sappia conciliare processi ri-abitativi con esigenze di efficientamento energetico e antisismico.
- Stimolare la connessione (spesso già presente a livello territoriale) tra comunità energetiche e processi culturali di costruzione di competenze.
- Introdurre – dopo una opportuna fase di test – metodologie “forti” di accompagnamento e valutazione dei risultati, che guardino con particolare attenzione ai contenuti prodotti e alla qualità dell’impatto sociale, culturale ed economico sui territori.
- Testare, mediante progetti pilota, un possibile ruolo di intermediazione di organismi interdisciplinari rappresentativi degli attori coinvolti (pubblico, privato, terzo settore, comunità, università ecc.), che vigilino e supportino la definizione e l’avvio di pacchetti di progetti.
- Promuovere formazione professionalizzante come fattore abilitante chiave, con percorsi interdisciplinari volti a garantire l’acquisizione di competenze adeguate per tutti i soggetti dell’ecosistema, favorendo la formazione di comunità di pratica in cui operatori di settori diversi collaborano in modo integrato su problemi complessi, valorizzando le rispettive competenze agendo in rete anziché in modo frammentato.
- Fare della campagna e della montagna gli spazi di sperimentazioni di nuove pratiche, in cui la cultura diviene l’asse determinante sia dal punto di vista dei valori che da quello degli strumenti di costruzione dei processi
- Insistere in ambito agricolo e montano mediante un confronto multidisciplinare tra agronomi, ecologi, architetti, zootecnici, microbiologi, informatici, ingegneri, antropologi, geografi, sociologi ed economisti agrari, puntando sullo sviluppo locale neo-endogeno e su “nuovi contadini” e “nuovi abitanti” in un’ottica di governance multiscala dei processi di sviluppo sostenibile.
- Fare leva sulle esperienze di ritorno o nuovo impianto di attività agricole caratterizzate da principi agro-ecologici e da forme di innovazione sociale in agricoltura.
- Lavorare sull’implementazione di nuovi stili di consumo che orientino la produzione agroalimentare verso le filiere corte e più generalmente sulla valorizzazione della relazione tra cibo e terroir inteso come forma di nuova cittadinanza alimentare.
- Ricostruire e dare consistenza al nesso tra prodotti biologici e capitale simbolico della ruralità tradizionale come valore aggiunto nei relativi mercati agroalimentari, artigianali e turistici.
- Supportare politiche di intermediazione efficaci per poter incidere a livello decentrato e orientare in modo coerente le scelte degli agricoltori e allevatori così come le abitudini e il senso di responsabilità dei consumatori locali e urbani.
- Formare mediatori e/o “dinamizzatori” dei processi di sviluppo intesi come intermediari tra istituzioni e comunità rurali nel quadro di comuni progetti di trasformazione locale, e tra consumatori cittadini e produttori locali che sappiano orientare le azioni informative e divulgative così come le politiche locali secondo logiche di circolarità economica e cooperazione.
- Guardare al turismo come mezzo e non come fine
- Decentrare le attività attrattive così da non creare congestioni e fenomeni di gentrification e over-tourism. Definire piani di attrattività turistica programmati in un quadro olistico, sia dal punto di vista degli attori che contribuiscono alla costruzione delle idee e dei processi, sia dal punto di vista dei criteri di valutazione di impatto.
- Definire Piani turistici frutto di processi interministeriali in grado di coniugare diverse responsabilità amministrative e diverse competenze, tra cui in primis la cultura.
- Sostenere i cammini come strumento turistico potenzialmente sostenibile, coinvolgendo in processi di negoziazione gli attori del territorio. Orientare le politiche nella direzione di stimolare sinergie e conciliare diversità di interessi, aspettative, metodi ecc., chiarendo i requisiti minimi di qualità dell’offerta.
- Definire format di ospitalità ibrida eco-sostenibile con spazi per il co-living, il co-working e il welfare comunitario per la valorizzazione del patrimonio in disuso e la creazione di una rete nazionale. Supportare la creazione di offerte turistiche sostenibili permanenti o temporanee legate alle specificità locali e momenti di networking tra visitatori e comunità.
- Continuare a sperimentare e mappare modelli di governance multilivello
- Ripartire da modelli di governance e di organizzazione innovativa già testati in passato che potrebbero offrire interessanti elementi per ridisegnare i processi futuri.
- Prevedere il sostegno pubblico anche per le spese correnti a fronte di processi amministrativi chiari e trasparenti.
- Indirizzare i finanziamenti pubblici verso la gestione dei beni culturali in forma di reti e di sistemi, a partire dal ripensamento e valorizzazione delle Direzioni regionali Musei, in termini di finanziamento e di sperimentazione di pratiche innovative, facendo tesoro, ad esempio, delle difficoltà ma anche dai successi del programma MUSST.
- Mettere la creazione di reti al centro delle politiche culturali, ad esempio stimolando “la collaborazione tra biblioteche pubbliche, private, scolastiche e delle università, nuovi centri culturali e associazioni del terzo settore”[3].
- Esercitare la trasparenza attraverso strumenti di monitoraggio, controllo e valutazione che abbiano una spinta/indirizzo nazionale, ovvero strutturati a livello centrale e applicati poi a tutti i livelli.
- Consolidare i percorsi di partecipazione dei cittadini alle scelte pubbliche, definendo meglio ruoli istituzionali e livelli di condivisione.
- Stimolare i capitali privati a investire nella progettazione culturale nel meridione
- Promuovere un maggior trasferimento di risorse verso le Fondazioni bancarie meridionali, accompagnato da un maggior sostegno alle fondazioni di comunità, consolidando quelle esistenti e promuovendone di nuove, soprattutto moltiplicare le iniziative in co-finanziamento, in particolare quando si sono già sperimentati altrove e con successo modelli innovativi di intervento.
- Estendere il raggio d’azione dell’Art Bonus, aprendolo con maggior coraggio alle organizzazioni culturali che non operano all’interno della cornice normativa vigente.
- Promuovere meccanismi di crowdfunding civico, rafforzando le relazioni tra organizzazioni culturali e comunità, ancora rarissimi nel Mezzogiorno.
- Potenziare la ricerca e l’estrazione, dalle buone e dalle cattive pratiche, di elementi di conoscenza in grado di istruire le politiche
- Rafforzare il quadro delle statistiche culturali, anche testando modalità innovative per stimare ambiti di analisi complessi, come ad esempio la cittadinanza attiva.
- Inserire indicatori culturali all’interno dell’Indice composito di Fragilità comunale, come ad esempio le statistiche sulla spesa culturale e sulle biblioteche pubbliche.
- Potenziare lo sviluppo e la condivisione di metodiche di verifica dei processi e di misurazione di impatto.
- Avviare programmi dedicati alla messa a punto e test di metodiche di monitoraggio e valutazione.
- Formare progettisti e fornire supporto ai processi di autovalutazione sulla base di macro-indicatori e criteri forniti dal soggetto finanziatore.
[1] Renato Quaglia, Il laboratorio della città nuova, Rubettino, 2025
[2] Molte delle raccomandazione sono desunte dai contributi di questo volume ma la responsabilità ultima della selezione ricade solo sull’autrice di questo testo.
[3] Chiara Faggiolani, professoressa di Biblioteconomia presso il Dipartimento di lettere e culture moderne dell’Università di Roma La Sapienza, in audizione presso la commissione Cultura della Camera nell’ambito dell’esame in sede referente del Dl Cultura




